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ThE  VoiCe KaRol WojTyLa

Editore:  I.P.S.S.E.O.A.  "Karol Wojtyla"   dott.ssa Daniela Di Piazza,   Direttore responsabile:   dott.ssa Lella Battiato,    Reg.Tribunale di Catania 24/16

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“Das ist ka’ [nur] Musik!”

(Questa non è [solamente] musica!)

Carlo Majorana Gravina

foto Lella Battiato, Giacomo Orlando

 

Brillante, spumeggiante, interessante, appropriata proposta del Teatro Massimo “Vincenzo Bellini” di Catania per la chiusura della stagione di lirica e balletti 2017, con “La vedova allegra” di Franz Lehár, libretto di Victor Léon e Leo Stein. Appropriata perché la famosissima operetta, capolavoro del musicista ungherese, combina lirica e danza (valzer, soprattutto valzer!) con la tipica trama leggera e ironica della vaudeville, trasmettendo ottimismo e buonumore, stati d’animo adatti all’approssimarsi delle festività di fine anno.

Lehár arriva a Vienna attrezzato di valido curriculum, buona disposizione e idee per quell’Austria felix che scandiva i fasti della Belle époque al ritmo e sulle note dei valzer degli Strauss: studio del violino al Conservatorio di Praga, allievo di Antonin Dvořák che lo indirizzò alla composizione musicale, coglie il suo primo successo con il valzer “Gold und Silber” scritto per un ricevimento danzante della principessa di Metternich (1899). Nominato direttore d’orchestra dell’importante Theater an der Wien (attivo sin dal 1801), vi darà “Wiener Frauen”, sua prima operetta, nel 1802.

Victor Léon e Leo Stein, nel 1905 erano stati incaricati di trasporre per operetta la commedia in tre atti “L’attaché d’Ambassade” di Henri Meilhac per il massimo esponente del genere del periodo, Richard Heuberger, che rifiutò il soggetto. Per ottemperare al compito assegnato dal prestigioso teatro, ripiegarono sul direttore d’orchestra Lehár che fornì le musiche rapidamente per la ‘prima’ del 30 dicembre 1905.

Seguendo le prove, il direttore del teatro pronunziò la famosa frase “Das ist ka’ Musik!” (Questa non è musica!), qui parafrasata nel titolo, frase che, con ironia sorniona, Lehár volle incisa sulla medaglia tributatagli per la 200.ma replica.

Andrea Malvano, nel ben costruito libretto di sala, si “stupisce [dell’]enorme successo tributato a un lavoro che bandisce ogni forma di inquietudine, … maturato nella stessa Vienna in cui Freud stava cominciando a indagare l’inconscio, Schönberg avviava il  percorso che sarebbe approdato all’espressionismo, e Kokoschka scopriva tutta la forza espressiva dell’incubo”.  Perché stupirsi? Clima e temperie della ‘prima’ sono quelli della Belle époque e dell’Austria felix; Sarajevo e la Grande Guerra arriveranno nove anni dopo, ansie, speculazioni e premure degli intellettuali non erano quelle della società godereccia edonistica. Malvano stesso declina stava cominciando, sarebbe approdato: un imperfetto e un condizionale preconizzanti.

L’osservazione (senza stupore) resta importante: dà stura e misura dei fermenti intellettuali, ideologici e culturali che caratterizzarono l’inizio del “secolo breve” in tutti i campi.

Anche “Vedova allegra” lo segnala, trattando una ragion di stato con mano lieve, ironizzando sugli impacci stereotipati insinceri di classi dirigenti e società che non seppero cogliere l’evoluzione di tempi e situazioni (Parigi, Maxim’s, il can can e Offenbach): lo stesso pubblico che decretò il meritato successo dell’operetta ne diede conferma.

Nel genere operetta “i cui confini sono peraltro labili e, sin dall’inizio,esposti a molte aderenze”, spiega Andrea Lanza, confluì  “un mondo di umori rimasti orfani … che l’idealismo relega su un piano di minorità artistica e morale … [rapida] a percepire quasi in tempo reale i mutamenti d’umore di una società e a modellarvisi” attraverso danze storiche e moderne, suadenti metafore del nuovo, annunciato e proposto in forma seduttiva, facendone parodia “corrosiva alla Offenbach o … indulgente e velata alla Lehár”.

Ob hoc et propter hoc, Vittorio Sgarbi, noto critico e storico dell’arte, da regista scenografo e costumista, riportandosi al gioco di citazioni e rimandi de “La vedova”, ne ha aggiunti altri, appropriati e cólti, attraverso i fondali, gli abiti e i movimenti di scena, insieme a Fondazione Pergolesi di Jesi e Giusy Vittorino.

Diretti da Andrea Sanguineti, orchestra e coro, maestro del coro Gea Garatti Ansini, hanno sostenuto con efficacia il prestigioso cast: Silvia Dalla Benetta (Hanna Glavari), Fabio Armiliato (conte Danilo), Armando Ariostini (barone Mirko Zeta), Manuela Cucuccio (sua moglie), Emanuele D’Aguanno (Camille de Rossillon), Riccardo Palazzo (visconte Cascada), Alessandro Vargetto (Raoul de St. Brioche), Gian Luca Tumino (Bogdanowitsch), Valeria Fisichella (Sylvia, sua moglie), Salvatore Fresta (Kromow), Paola Francesca Natale (Olga, sua moglie), Antonio Cappetta (Pritschitsch), Sabrina Messina (Praškova, sua moglie), Tuccio Musumeci Njegus).

Applausi a scena aperta per la straordinaria estensione vocale e le coloriture di Dalla Benetta, l’efficace interpretazione in canto e parlato di Armiliato e Ariostini, le gag di Musumeci, innesto siciliano godibilissimo per appropriarci un po’ di questo affresco belle époque austroungarico, di assoluto valore artistico.

 


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