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ThE  VoiCe KaRol WojTyLa

Editore:  I.P.S.S.E.O.A.  "Karol Wojtyla"   dott.ssa Daniela Di Piazza,   Direttore responsabile:   dott.ssa Lella Battiato,    Reg.Tribunale di Catania 24/16

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“Il fu Mattia Pascal”, ovvero il doppio e la sua ossessione, debutta con applausi al teatro Ambasciatori di Catania, nuovo spettacolo della rassegna “Buio in sala”

Lella Battiato Majorana

 

Il romanzo “Il fu Mattia Pascal” nella produzione di Luigi Pirandello, uno dei più grandi drammaturghi del Novecento, rappresenta una svolta verso la poetica dell’umorismo è rivissuto sul palcoscenico del teatro Ambasciatori nella riscrittura teatrale di Irene Tetto, insieme all’abile regia di Giuseppe Bisicchia e Massimo Giustolisi coadiuvati da Donatella Marù assistente di regia, puntando a evidenziare gli equivoci, la falsità, le simulazioni e, soprattutto, le menzogne dello strano caso di Mattia Pascal, interpretato da Marcello Montalto.

“Con Il Fu Mattia Pascal nasce la figura dell’estraneo, lo straniero, l’escluso - spiegano i registi -  in quanto per Mattia non c’è posto. Celebre, nella memoria di tutti anche per la trasposizione cinematografica di Mario Monicelli, la scena in cui Mattia Pascal fa visita alla sua tomba. È il romanzo in cui Pirandello traccia la propria concezione di una realtà instabile e relativa, così come instabile e relativa è l’identità degli uomini, non persone ma maschere. I personaggi in scena, alcuni squisitamente allegorici o grotteschi, ricchi di ironia, mentono, dissimulano, o recitano come se fossero a teatro, iniziando da quell’Adriano Meis/Mattia Pacal che vive in panni non veramente propri”.

Scritto dopo la grave crisi familiare economica del 1903 che scatenò la malattia della moglie, Mattia Pascal è il primo dei personaggi pirandelliani che incarna la crisi dell’io e il fallimento dell’individuo, nella ricerca di una vera identità.

Una luce soffusa e onirica illumina la testa di un uomo, mentre una voce narrante inizia a percorrere una storia, la sua storia, vicenda di un doppio, di un problema di identità, di critica al moderno e alla civiltà delle macchine. Mattia Pascal fonde in sé le funzioni del narratore e del protagonista su un palco che con l’angustia degli spazi simboleggia l’intricata vicenda.

Il motivo ha un’origine biografica, infatti nelle lettere Pirandello scriveva “in me sono quasi due persone: tu già ne conosci una; l’altra neppure la conosco bene io stesso”. Il doppio è sottolineato, ben messo in scena da Montalto, dal narratore e protagonista: sul flusso dei ricordi che dipana la vicenda della sua vita, egli diventa anche oggetto della narrazione, evidenziando la distanza che separa il tempo del racconto dal tempo della storia. La riflessione umoristica e lo sdoppiamento dell’individuo, come voleva Pirandello, giungono al rifiuto dell’unità, dell’ordine, della coerenza del carattere del personaggio.

Il protagonista Marcello Montalto, con recitazione notevole presenta al pubblico molteplici facce: l’adolescente vitale e spensierato attraverso un prologo che indica come il reale possa sfumare nella fantasia surreale, ed ecco che qui il groviglio si fa interessante esce l’adulto, il ribelle fuggitivo, ma anche il nuovo e fragile Adriano, prima di riprendere, ormai estraneo alla vita, le vesti di Mattia. Incantando il pubblico, vive la crisi dell’uomo moderno imprigionato dalle numerose maschere sociali che sfociano in una frustrante inquietudine esistenziale, allora si stanca di fingere e vuole ritornare ad essere se stesso e si accorge che non può più tornare indietro.

Scatta la situazione paradossale di Mattia Pascal, insoddisfatto del proprio matrimonio, del proprio mestiere, della propria vita decide, dopo una vincita al gioco di “sparire”, inscenando un finto suicidio e si dà la nuova identità Adriano Meis. L’ambiente che si viene a creare è affascinante ma allo stesso tempo pericoloso, stuzzica il pubblico e, nelle rappresentazioni per il pubblico studentesco, crea suspense e interesse.

Pascal a Milano poi Roma, dove si innamora della figlia del proprietario della pensione, Antonio Caruso, esemplare nel ruolo di Anselmo Paleari. Così il protagonista vive fra timori e sospetti che venga scoperto, che gli impediscono di vivere a pieno questa “seconda vita”, che termina con un altro finto suicidio. Fallisce il tentativo di dare un nuovo corso alla propria esistenza, è costretto a tornare a casa dove scopre che la moglie si è risposata e che tutti, ovviamente, lo considerano morto. Ed ecco la decisione finale: “guardarsi vivere”.

La scenografia disegnata da Laura Lazzaro, orchestra sapientemente l’utilizzo delle luci, quasi a corrispondere come lampi tra esterno e l’interno della coscienza del personaggio, arricchita dal visual show di Andrea Ardizzone, con un cast di eccezione che porta la firma “Buio in sala” con gli attori Massimo Giustolisi, Nadia Trovato, Irene Tetto, Silvana D’Anca e Giovanna Sesto. La scenografia, pur generando un’apparente intimità tra i personaggi, ne rivela ancor più l’incomunicabilità, e “la donna” rappresenta un rischio per l’identità del personaggio, evidenziandone la debolezza dell’io.

 

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